venerdì 13 maggio 2016

Lo strepitoso Ben Rye di Donnafugata

Ben Ryè di Donnafugata

Quest'anno ho avuto la fortuna di assaggiare diversi ottimi passiti tra cui ricordo con estremo piacere il Tal Luc di Lis Neris assaggiato nel corso dell'ultimo Vinitaly.
Sono invece passati quasi due anni da quando ho assaggiato per l'ultima volta il Ben Rye, seduto in un tranquillo ristorante di Milano, in una serata di mezza estate con l'amico del corso di sommerlier.
Due anni dopo l'amico che vedevo solo in rare occasioni è diventato un gruppo di amici con i quali abbiamo condiviso tante felici degustazioni.
Lui appassionato di Piemonte mi ha fatto scoprire molti Barolo e Barbaresco che non conoscevo, mentre io che assaggio vini sempre diversi credo di avergli creato un po' di curiosità per gli innumerevoli vitigni autoctoni italiani.
Su tutto ci era sempre rimasta la voglia di ritornare ad assaggiare quel semplice nettare prelibato dal colore ambrato ideato e prodotto da quel Giovanni Rallo di Donnafugata recentemente scomparso.
Ora è qui davanti a noi, alcuni curiosi di assaggiarlo per capire se riusciremo a riscontrare le stesse sensazioni che ci ricordiamo di aver provato, altri che non l'hanno mai provato per accertarsi dei tanti commenti positivi di chi l'ha già degustato.

Il Ben Rye di Donnafugata è un piccolo miracolo siciliano, un raro esemplare di prodotto top nel suo genere, capace di sorprendere e di incantare anche chi non riesce ad apprezzare i passiti e i vini dolci in generale, a causa di ripetuti assaggi negli anni di improbabili vini da supermercato stucchevoli all'olfatto e al palato.

Il vitigno utilizzato è lo Zibibbo o Moscato di Alessandria che viene allevato ad alberello all'interno di una conca, al riparo dai forti venti salmastri dell'isola di Pantelleria, su un terreno vulcanico ricco di sali minerali.
La vendemmia che solitamente inizia a metà agosto, prosegue con l'appassimento delle uve su graticci posti al sole per circa 20-30 giorni, durante i quali gli acini perdono gran parte del contenuto di acqua, consentendo una concentrazione naturale degli zuccheri.
Dopo la vinificazione il vino affina in vasca per 7 mesi e altri 12 in bottiglia.

Nel bicchiere si espande un liquido ambrato di rara bellezza, che sprigiona all'olfatto una infinita e intensa scala di profumi, che si riassumono in note di albicocca disidratata, miele di castagno, fichi secchi, mandorla, confettura di arance, erbe aromatiche e una scia eterea.
In bocca si percepisce in entrata la decisa componente fresca (non mi stancherò mai di dirlo, vero punto determinante per il successo di un passito), che lascia poi lo spazio agli aromi speziati, al piacevole residuo zuccherino, affinato in un contrastato ma perfetto equilibrio tra componenti dure e morbide, terminando con una piacevole nota sapida che rimane sul palato a ricordare che quest'uva cresce su terreno vulcanico battuto dai venti e bruciato dal sole.

Un vero gioiello dell'enologia italiana da preservare, che si abbina felicemente con formaggi erborinati e stagionati come con i dolci come cannoli siciliani e pasta di mandorle.


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