mercoledì 13 giugno 2018

La Malvasia 'vulcanica' di Lanzarote


Il turismo enologico sull'isola si concretizza nella spettacolare 'ruta del vino e de los volcanes', dove si possono ammirare vitigni unici al mondo.
Piccole pianticelle di vite, piantate in una piccola fossa su un terreno tipicamente color cenere, spesso riparate da piccoli terrazzamenti di pietre a semicerchio per proteggerle dalle forti raffiche di vento che quasi perennemente spazzano l'isola.
Circa il 75% del vino prodotto a Lanzarote proviene da uve Malvasia, che grazie alle sue caratteristiche riesce a esprimersi al meglio e la cui vendemmia termina già a luglio a causa di latitudine e microclima.
La cenere è ovunque ma con le sue caratteristiche uniche permette alle viti di trattenere la poca acqua che cade su questo suolo desertico, dove le precipitazioni sono scarsissime e il sole e il vento continuo inaridiscono tutta la vegetazione.
La caratteristica primaria dell'isola è quella che qui la fillossera non è mai arrivata, grazie appunto ai suoli di origine vulcanica.
Inoltre data l'esigua produzione difficilmente capita di trovare bottiglie di produttori di Lanzarote fuori dall'isola e quelle poche vanno dritte in Spagna.
Per fortuna mia e del gruppo dei soliti astemi, il mio amico enotecario è un personaggio fuori dal comune e dopo una cena in un ristorante di Lanzarote dove beve la Malvasia di un noto produttore dell'isola, decide prima di andare a trovarlo sul posto e poi di importarne le bottiglie in Italia.

Eccomi allora alla apertura di questa Malvasia di Lanzarote di Los Bermejos.
Senza voler troppo cadere nell'estetismo descrittivo, i profumi sono di una intensità penetrante e si coniugano in un complesso mix di frutta a polpa bianca (melone bianco, pera) e di intriganti note minerali con sottofondo fumè, per poi cedere il passo a delicate note di mentuccia ed erba falciata.
In bocca ha nerbo e un carattere spiccato e deciso, una sapidità che sfiora la salinità vera e propria e  una ottima freschezza.
Il gusto è pieno e pervasivo forse perchè nato da viti su piede franco o forse per il complesso di vitigno, terreno e condizioni climatiche, ma anche di vendemmia attenta e artigianale.
E' un vino assolutamente da provare una volta nella vita (e perchè non anche due, tre ecc) e che si è abbinato in maniera sorprendente (attenzione alla chicca) a degli sfilacci di cavallo affumicati accompagnati da polenta di storo preparati da Chef Fabrice.



 

martedì 12 giugno 2018

La Brianza del vino: l'eclettico Nustranel e il raffinato Càlido


La Brianza avrebbe una lunga storia enologica da raccontare. I vini citati dal Manzoni e dal poeta dialettale milanese Carlo Porta escono in effetti dal passato remoto ed erano prodotti con vitigni autoctoni purtroppo oggi estinti (inzaga, corbera, guernazza, boutascera...).

Da una rilettura di Vino al Vino di Mario Soldati cito testuale: 'Viticolarmente la posizione geografica di tutta la Brianza è quanto di meglio si possa desiderare. Si alza e si affaccia sulla pianura padana, come un immenso spalto tra un ramo e l'altro del lago di Como.

Alti monti la difendono dalle tramontane. Le brume e le nebbie, che salgono dalla pianura padana e dai laghi, la sfiorano fruttuosamente: è chiaro ormai che il vino più delicato e più squisito deriva sempre da uve maturate al limite estremo delle condizioni climatiche e geoponiche necessarie alla vita. . ... Il Montevecchia può essere definito un vino da pasto affascinante ....e per un pasto normale durante un giorno lavorativo addirittura insuperabile'.


Purtroppo (oltre alla fillossera del 1880) la viticoltura della Brianza ha visto anni e decenni nei quali era preferibile edificare capannoni e case sui dolci pendii ben esposti al sole piuttosto che una faticosa e poco remunerativa coltivazione della vite.


Detto questo è con giusto orgoglio brianzolo che vengo a presentare due ottimi prodotti della 'rinata' viticoltura brianzola.

A Montevecchia grazie alla costanza di alcuni contadini locali è sopravvissuta la cultura della vite anche se fino a non molti anni fa solo a livello di passione più che a livello commerciale e con l'utilizzo di vitigni internazionali.

Il Nustranel dell'azienda agricola vitivinicola Valcurone si ottiene con l'insolita composizione di uve schiava lombarda, pinot nero e merlot.

Al naso è vinoso, piacevolmente fruttato e floreale con delicati profumi di frutti a bacca rossa, mentre al palato è giovane e fresco, ideale per accompagnare salumi, carni alla brace, primi piatti con sughi di carne.
Un prodotto semplice e fresco, con quella spiccata acidità tipica dei vini di Montevecchia che come diceva Soldati se non insuperabile è davvero un ottimo prodotto da abbinare ai pasti di tutti i giorni.





Il secondo vino è il Calido, un passito ottenuto da uve di Moscato rosso, dell'azienda agricola La Costa.
La fermentazione avviene a temperature molto basse per ottenere un residuo zuccherino di circa 100g\l, con successivo affinamento per 8 mesi in barrique.
La produzione è tipicamente artigianale e conta 1000 bottiglie l'anno.

I sentori sono principalmente di fragolina di bosco, ciliegia, humus, muschio, ma è sorprendente soprattutto il complesso di questi sentori uniti in una amalgama estremamente elegante e aromatica. 
In bocca è pieno, di una dolcezza fresca che non stanca il palato e che si può abbinare a crostate di frutta alla ciliegia.



giovedì 7 giugno 2018

Ferragù, un Valpolicella con la stoffa di un Amarone



Il Valpolicella superiore di Ferragù, annata di grazia 2012, sembra più un Amarone che un Valpolicella.
I motivi sono semplici.
In vigna le uve vengono raccolte leggermente appassite, con un ritardo rispetto alla perfetta maturazione fenolica di circa 30 giorni.
In secondo luogo i vitigni utilizzati per questo Valpolicella sono identici a quelli comunemente utilizzati per l'Amarone, quindi Corvina, Corvinone e Rondinella, con un ulteriore saldo di Oseleta e Croatina.
Infine il territorio ovvero le timide colline della Valle d'Illasi, dove si alternano le produzioni di Amarone e di Valpolicella a seconda di una vocazione che definisce il produttore.

Ma su tutto rimane la capacità del produttore di fare le giuste scelte, in vigna come in cantina, e se pensiamo che fino a 15 anni prima le uve venivano conferite dal produttore alla cantina cooperativa del paese, quasi ci si stupisce.
Ferragù tratta il suo Valpolicella quasi come un Amarone, quindi con appassimento in fruttaio per 40 giorni, con successivo affinamento in barrique per 1 anno.

A livello di produzione siamo intorno alle 15-16 mila bottiglie annue, su una superficie di 2,5 ettari, con una densità di circa 13.000 ceppi per ettaro.
L'età media delle viti è di 15 anni e si avvicina a quella comunemente stabilita di maggiore produzione.

Bando alle ciance e veniamo alla degustazione.
A livello olfattivo (come direbbero i miei amici sommelier Ais) è un crescendo di bellissime sensazioni che spaziano da intense note di di amarena sotto spirito, liquirizia, cacao e tabacco, con un sottofondo balsamico ed etereo (medicinali).
A livello gusto-olfattivo (sempre come direbbero i miei amici sommelier Ais) dalle sensazioni si passa a vere e proprie emozioni grazie ad un sorso pieno e avvolgente, rimanendo tuttavia incredibilmente bevibile grazie ad una spiccata freschezza e ad un tratto quasi nervoso che si ripresenta nei bicchieri successivi.
Finale lungo, pieno e maturo.

Consigliatissimo






martedì 5 giugno 2018

Sabiona Sylvaner (2014) - Cantina Valle Isarco



Siamo a Sabiona, antico monastero benedettino, che si erge sopra una rupe come a dominare il borgo
di Chiusa, in Valle d'Isarco.

I ripidi pendii che circondano la rupe, sono coltivati a vite e sono considerati una delle migliori zone colturali della zona, tanto che la Cantina Valle Isarco, produce qui i suoi due vini qualitativamente più importanti.

Si tratta del Sabiona Sylvaner e Sabiona Kerner.
A me è capitata la fortuna di assaggiare il Sylvaner, che già di per se è un vino che apprezzo molto per quella sua spiccata acidità unita ad una personalità intrigante.

Questa versione proposta dalla Cantina Valle Isarco in effetti è strepitosa.
La zona si distingue per un clima ventilato e tiepido, mentre la produzione è limitata a 3.000 bottiglie, quindi un taglio praticamente artigianale.

Dopo 10 mesi di affinamento sulle fecce e 12 mesi in bottiglia il vino è pronto per essere commercializzato.

Al naso si esprime su note fresche di agrumi e frutta esotica con un tocco di torba e di sottobosco.
Al palato ha un approccio nervoso, con una impressionante tensione salina, vibrante, ma al contempo sa esprimersi in eleganza e profondità di beva.
Finale deciso, pieno e lungo. 

E' decisamente un vino di gran classe.


lunedì 28 maggio 2018

La Marinorena, Albarino della Galizia




Ci sono le enoteche che comprano la maggior parte dei loro prodotti dai grossisti, chiamati oggi più elegantemente intermediari.
Poi ci sono le enoteche che comprano le bottiglie direttamente dai produttori, consultando diligentemente le guide di settore.
Infine ci sono le enoteche che comprano le bottiglie solo ed esclusivamente sulla base di assaggi personali, frutto di visite alle fiere di settore, degustazioni dai produttori, bottiglie scovate nei ristoranti o ancora trovate nei viaggi di piacere in qualche sperduto angolo di Italia o di mondo.
In questa terza e ultima categoria rientra la mia enoteca preferita, che alla domanda se aveva una bottiglia un po’ particolare, per appassionati che degustano-assaggiano-bevono in media 6-7 bottiglie la settimana (e possibilmente mai le stesse), mi ha fatto trovare sul bancone un Albarino, vitigno autoctono galiziano.
La Galizia è una regione che si trova all’estremo nord della Spagna, al confine con il Portogallo, ricca di insenature e promontori a picco sul mare e dove il clima è umido e spesso sferzato dai venti freddi che arrivano dall’oceano Atlantico.
Qui trova il suo abitat naturale l’Albarino, probabilmente coltivato dal Medioevo, che si è adattato perfettamente a questo clima particolare e che ha saputo sviluppare doti tutt’altro che comuni.
È un vitigno aromatico con una buccia spessa e pruinosa e la sua caratteristica principale è la sapidità, che come tutti sanno è anche un buon indicatore di quanto un vitigno sia in grado di invecchiare bene negli anni.
Le denominazioni nelle quali si divide sono la Rias Baixas, con vigneti posti principalmente sul mare e Ribeira Sacra, con terreni posti all’interno della Galizia, dove sono coltivati anche diversi vitigni a bacca rossa.
L’Albarino che il mio illuminato enotecario, di ritorno da un viaggio a Santiago de Compostela, mi ha proposto si chiama La Marimorena ed è prodotto dalla azienda Casa Rojo.
Il colore già sorprende per un colore giallo oro brillante.
Il naso ha grande personalità, dove trovano spazio note olfattive che passano dalla frutta tropicale agli agrumi (mandarino e pompelmo rosa), dalla salvia alla cera d’api, dalle note di camomilla al gelsomino, il tutto in rapida evoluzione man mano che si scalda nel bicchiere.
Il palato è altrettanto brillante, grazie ad una spiccata acidità, ulteriormente sostenuta da una iodata sapidità che sfiora il tratto salato.
Le componenti dure sono sostenute solo da alcol e da una buona struttura eppure il sorso risulta non solo coerente ma anche discretamente bilanciato.
Finale lungo e coerente.
Da abbinare con un polpo alla galiziana.


venerdì 25 maggio 2018

Champagne da Pinot noir di Sanchez-Le Guerard


Pur non essendo un particolare estimatore dei vini francesi in generale, devo dire che riguardo agli Champagne, la Francia gioca in un campionato a parte rispetto alle bollicine di tutto il mondo.

A differenza di rosso e bianco dove la superiorità francese è mediamente riscontrabile solamente nel prezzo delle bottiglie, talvolta davvero proibitive per prodotti che in Italia si trovano uguali in termini di qualità ma a prezzi decisamente più bassi, le bollicine francesi godono di un combinato di microclima e terroir difficilmente riscontrabili in altri paesi al mondo.

Questa affermazione è ancora più vera considerando che difficilmente si possono trovare in commercio Champagne scadenti, sia che si tratti di grandi maison, sia che si tratti di medi o piccoli produttori.
L'altra sera ne ho avuto l'ennesima riprova degustando un Pinot noir di Sanchez - Le Guedard, piccolo produttore di Cumieres, situato a poche centinaia di metri dalla Marna sulle dolci colline pettinate da vigneti ordinati, perfetti agli occhi del curioso turista.

Al naso si percepisce netto l'eclettica eleganza del Pinot nero, che si esprime su eleganti note di biancospino, fiori di tiglio, fieno e cedro, con sfumature di brioche e limone.
La bocca è soffice ma incisiva, armonica e piena di frutto, con una raffinata tensione determinata dalle finissime bollicine sul palato.
Grande purezza nell'allungo fresco e salino.

Niente da dire, sono bravi.

mercoledì 23 maggio 2018

Barco Reale di Carmignano Doc (2015) - Capezzana di Conte Contini Bonacossi



E' la prima volta che assaggio questa Doc e quindi mi ritrovo qui a scrivere come i post dei primi tempi, confidando sul fatto che molti di voi lettori non l'abbiate mai sentita nominare, esattamente come il sottoscritto.

Si tratta di una Doc consentita nella provincia di Firenze e Prato, ed è prodotta con Sangiovese principalmente, poi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Canaiolo nero con il chiaro intento di ammorbidire i tratti ruvidi del Sangiovese e di rendere il vino pronto con qualche anticipo.

Il Barco Reale di Carmignano di Capezzana è un vino che matura in botti grandi per circa 1 anno.

Al naso i tratti tipici sono l'intensità della frutta a polpa rossa, una traccia di spezie dolci che talvolta si confonde e si rincorre con un ricordo di legno.

In bocca si fa apprezzare per una morbidezza studiata e ricercata, che riesce a soddisfare il più alto numero possibile di commensali ad una cena tra amici.

Ben presente la trama tannica che compensa insieme ad una buona acidità l'apporto di alcol.

E' un vino moderno, ben fatto e senza nessun tipo di difetto tecnico, adatto a primi piatti robusti e secondi a base di carne.


giovedì 17 maggio 2018

Serata da Repubblica Cisalpina con il Barolo di Brezza, l'Amarone di Tommasi e lo Sforzato di Nera


Questo post potrebbe intitolarsi il trio delle meraviglie (più l'intruso) perchè, quella messa in scena ad una cena del 'Gruppo dei soliti astemi', è quanto di più vicino al paradiso ci possa essere per un appassionato di buon vino e, perchè no, anche di buon cibo.

Si è quindi partiti con un Franciacorta fresco e piacevole intanto che Chef Fabrice finisse di preparare il Brasato al Barolo.
Poi in successione è stata la volta dello Sforzato di Valtellina di Nera (2011), del Barolo Bricco Sarmassa di Brezza (2008) e dell'Amarone della Valpolicella classico di Tommasi (2009).
Per noi sommelier l'assaggio di questi grandi vini è stata una esperienza subliminale che ha rischiato di diventare mistica quando li abbiamo abbinati a turno con un Brasato morbidissimo prodotto con carne piemontese di prima scelta accompagnato da polenta.

L'intensità e il corpo del vino erano esattamente nell'ordine di bevuta, tutto il resto invece ha seguito una sua logica che è andata rigorosamente in ordine sparso.


Lo Sforzato di Nera è risultato, possiamo dirlo, un filo sotto come ideale punteggio rispetto agli altri due colossi Barolo e Amarone.
Tuttavia si è distinto per una grande freschezza, tannini brillanti, profumi intensi di more e violette, con intrusioni di cacao, liquirizia, radici oltre ad un piacevole sottofondo boisè.
Dei tre vini per corpo, struttura e lunghezza è risultato quello che si è abbinato meglio al brasato.


Grande equilibrio e complessità olfattive per il Barolo di Brezza, una delle migliori annate e uno dei migliori Barolo che abbia di recente assaggiato.
Note di tabacco e viola appassita, liquirizia ed eucalipto, finisce per ricamare una tela di profumi di amarena sotto spirito e prugna appassita con intrusioni di sottobosco piacevoli e di grande eleganza.
Se il naso è perfetto, in bocca si spinge su traguardi altissimi grazie ad una ottima freschezza, tannini vellutati e buona dose minerale, ma soprattutto grazie ad un equilibrio praticamente perfetto che lo rendono un Barolo di spessore assoluto, in grado di competere con nomi più blasonati.
Finale lunghissimo che riesce a sovrastare il brasato.


Infine l'Amarone di Tommasi.
Qui potrei-dovrei far partire un disclaimer, nel senso che la bottiglia era quella comprata da me e l'amico Camillo quando eravamo andati in gita da Tommasi al termine del primo corso Ais.
Sentimentalismi a parte è un supervinone, una specie di peso massimo che si muove agile sul ring come un peso piuma.
Riesce a riunire la naturale muscolatura dell'Amarone con una grazia che invece non sempre ho riscontrato in questo tipo di vini.
All'olfatto si esprime su complessità e intensità assolute, con eleganti sentori di cacao e menta, nuance balsamiche, che poi divagano su note di confettura di amarena e spezie dolci senza tralasciare un principio di note eteree sul finale.
Il palato si dipana su un alcol e su un corpo imponente e tannico, riequilibrati da una buona freschezza e ancora da glicerina e da una naturale impressione dolce dovuta all'appassimento degli acini sui graticci.
Finale talmente lungo che ..... ancora me lo sento sul palato.



Serata strepitosa, tutti in piedi e applausi.




martedì 15 maggio 2018

Viaggio tra i vitigni autoctoni rari: il Saperavi




Quando si parla di vini georgiani, basta guardare un po’ in rete, si rischia sempre di sfiorare due estremi.

Da una parte il blogger enofighetto (spesso un povero sfigato), che se la tira perché a differenza della comune massa di appassionati che non fanno altro che bere ettolitri di Barbera e Sangiovese (oltre agli immancabili tagli bordolesi ….. e nei casi più disperati pure il Gutturnio piacentino), beve vini georgiani, affinati in anfora, con lunghe macerazioni sulle bucce, non filtrati e naturalmente biodinamici, di produttori dai nomi impronunciabili ma pur sempre (per lui) con un fascino irresistibile.

Dall’altra il blogger cazzuto, quello la cui missione nella vita è cantarle di santa ragione a produttori, sistema viticolo nel suo complesso e altri enoblogger della domenica. Nel suo caso i vini georgiani alla meglio possono essere usati come sturalavandini … ma visto il prezzo non ne vale neanche la pena parlarne.
Spesso sono sgraziati, se c’è del vegetale è marcio, se c’è della liquirizia come minimo è scaduta da un pezzo e poi non parliamo dei tannini, la carta vetrata al confronto è più delicata al palato.

In mezzo a queste contraddizioni cercherò quindi di avere la massima obiettività possibile senza cadere in uno dei due estremi sopra citati.

Si perché anche Baccanera ha finalmente assaggiato il suo primo vino georgiano.

Molti sanno o hanno sentito dire che il vino è nato in Georgia in un tempo imprecisato che può essere fatto risalire a 5.000 – 8.000 anni fa e che come contenitore usavano delle anfore in terracotta sotterrate nel terreno, tecnica poi riutilizzata da diversi produttori soprattutto friulani.

La realtà a mio parere è che i vini georgiani vivono al contempo le contraddizioni di nazione culla del vino mondiale ma anche di nazione che per anni è rimasta indietro rispetto ai progressi nelle tecniche di vinificazione che il mondo del vino ha sperimentato negli ultimi 30-40 anni.
I produttori, spesso piccoli e con pochi capitali, non sono quindi ripartiti dal cercare semplicemente di fare un buon vino e basta, ma hanno scelto la strada della differenziazione legata alla loro storia ancestrale.

Ad una cena dei ‘soliti astemi’, ho quindi portato, non senza un minimo di apprensione e di molti convenevoli, un vino georgiano prodotto con uve Saperavi, vitigno autoctono fortemente tintoreo e scarsamente produttivo, particolarmente adatto a climi freddi e secchi della montagna georgiana.

Il colore è appunto di un rosso-nero, fortemente impenetrabile.
I profumi si districano tra un primo impatto vegetale che tende all’erbaceo, più un mix di frutti a bacca rossa e nera che si concentrano fitti, per poi lasciare spazio ad una nota appena accennata di liquirizia.
Al palato è ben centrato e teso, con una buona dose di freschezza, un alcol poco invadente e un corpo forse un po’ scarso rispetto alle sensazioni provate al naso.
In questo tipo di vino non ti aspetteresti dei tannini eleganti e …. infatti sono forse un po’ ruvidi ma appunto centrati rispetto al tipo di vino.

E’ un vino semplice, forse non del tutto aggraziato ma nel complesso piacevole, dinamico e soprattutto particolare, molto particolare.
Il prezzo intorno ai 15 euro è sicuramente eccessivo rispetto alla vera qualità del vino (anche se non dimentichiamoci che è un vino importato) o comunque eccessivo se lo vogliamo confrontare con molti nostri vini di quella fascia di prezzo.

Tuttavia a mio parere è un vino che vale la pena provare e, se avete amici curiosi e naturalmente disposti ad assaggiare qualcosa di diverso, potete prenderlo senza rischiare brutte figure.



mercoledì 9 maggio 2018

Blend di Fattoria di Piazzano


Conoscendo la mia passione per il vino, mi accade sempre più spesso che, amici di ritorno da viaggi di piacere o di lavoro, mi segnalino la piacevole bevuta di qualche bicchiere di vino.
Nel presente caso l'amico Maurizio, di ritorno da un viaggio in Toscana, mi ha segnalato il Colorino di Fattoria di Piazzano, bevuto in accompagnamento ad una fiorentina gigante servita in un ristorante fuori Firenze.

Il passo successivo è stato quello di fare un ordine di diversi tipi di vini tra cui un blend di taglio bordolese che è poi stato abbinato appunto ad una grigliata di fassona e fiorentina.
I vini di Rolando Bettarini e della moglie Michela, contattati via mail per l'ordine, portano in dote le fermentazioni spontanee e si tende a usare il cemento e molto poco legno piccolo e grande e comunque mai di primo passaggio, per non snaturare il rapporto gusto olfattivo del vino con il territorio.

La piacevolezza del vino si intrinseca perfettamente con una territorialità genuina e concreta, un lavorare naturale nel rispetto dei tempi della terra e della natura più in generale, senza forzatura ma anche senza alcuna sbavatura di natura tecnica, come invece alle volte può capitare nelle realtà più piccole.
Il taglio bordolese si percepisce nella morbidezza del palato, nel leggero accenno di spezie e in una più generale presenza di note vegetali e di pietra bagnata.

Il sorso mantiene una adeguata freschezza e cambia spesso i contorni pur nel rispetto dell'insieme come l'ho descritto sopra.

Azienda e vino decisamente consigliati.