giovedì 12 luglio 2018

Azienda del mese: Vignalta e i Colli Euganei



Tra le belle novità assaggiate al Vinitaly 2018 Vignalta mi ha particolarmente impressionato per diversi motivi.
Il principale è che, anche in una cornice caotica dove ti trovi ad assaggiare 30 e più vini, Vignalta mi è rimasta impressa per la precisa caratterizzazione dei suoi vini, che possono vantare una loro ben distinta personalità.
Non è cosa da poco se pensiamo all’ampia offerta di prodotti sul mercato vitivinicolo non solo italiano ma anche internazionale, da cui ognuno di noi può tranquillamente scegliere con un semplice click (e una carta di credito!!!).

Tornati a casa e smaltiti gli effetti del Vinitaly, il gruppo dei soliti astemi non ha aspettato molto prima di recarsi direttamente dal produttore ad acquistare i vini che più ci erano piaciuti.
Vale subito la pena di dire che, mentre la parte esteriore della azienda non mi ha colpito particolarmente, soprattutto se pensiamo che molte aziende vitivinicole hanno ingaggiato fior fiore di architetti per disegnare l’aspetto della cantina con risultati notevoli, i terreni, l’area accoglienza e la cantina dove sono stoccate le bottiglie sono molto belle anche esteticamente tanto da trasmettere quasi un senso di raccolta intimità.

Ne risulta che siamo tornati a casina con più vini di quelli che inizialmente avevamo intenzione di acquistare e in un’ancora piovosa serata di tarda primavera abbiamo deciso di abbinarli ai piatti del nostro insuperabile Chef Fabrice.
Prima di parlare dei vini vale la pena spendere due parole sul territorio del tutto particolare dei Colli Euganei, perché se non l’ho ancora detto, l’azienda si trova a Arquà Petrarca, provincia di Padova.
Il terreno è di origine vulcanica, a tratti calcareo e tufaceo e i vini di Vignalta rispettano e interpretano perfettamente questo territorio del tutto particolare.
I vigneti che si adagiano sulle dolci colline sembrano quasi pettinati e sono caratterizzati da una alta densità di impianto.

Vignalta non è certificata biologica ma pratica la cosiddetta ‘lotta integrata’ che permette un sensibile minore utilizzo di sostanze chimiche in vigna, relegati ai soli trattamenti antiparassitari necessari quando si manifestano le condizioni per l’insorgenza delle malattie fungine.


Nella ricca cena preparata dallo Chef Fabrice, siamo partiti ad abbinare il Brut di Vignalta con un antipasto freddo a base di pesce.
Si tratta di un Brut nature, quindi senza aggiunta del ‘liqueur d’expedition’, che effettua un affinamento sui lieviti di 4 anni e utilizza il Raboso Friulano, un vitigno molto poco utilizzato per la spumantizzazione ma che gli consente di distinguersi dalla omologazione dei soliti Chardonnay e Pinot nero.
I tratti di questo spumante guidano l’esperienza olfattivo verso eleganti note floreali e leggermente balsamiche, con un interessante intreccio di note iodate, timo e lime.
In bocca esprime una dialettica armoniosa tra frutto, acidità e il delicato pizzicore delle finissime bollicine che, con infinita perseveranza, pervadono il bicchiere.


Siamo passati poi al vino che tra gli altri di Vignalta più ci aveva colpito. Si tratta del Gemola, un blend di Merlot (70%) e Cabernet Franc (30%).
Il rendimento per ettaro, già basso naturalmente grazie alla elevata densità di impianto e probabilmente reso ancora più basso da potature corte e altri sfalci in fase di agostamento, si attesta sul più che prestigioso numero di 50 q/h.
E’ una resa che difficilmente si riscontra nei vini e che rende il lavoro dell’agronomo una vera e propria arte, quella di estrarre pochi, importanti e concentrati litri da ogni pianta.
Il mosto sosta 20 giorni in acciao alla temperatura di 27 gradi centigradi e quando è diventato vino viene travasato in botti di rovere francese da 500 litri dove affina per 36 mesi, per poi concludere il suo viaggio con un 1 anno in bottiglia.
Gemola è un vino che non trova il giusto equilibrio tra la gioiosa piacevolezza (quasi lussuria) di naso e bocca senza stancare; riesce insomma a stare da questa parte della barricata, stando attento a non superarla per diventare un vino pasticciato.
Al naso si percepisce netto il 30% del Cabernet Franc grazie all’immancabile nota piena e ben contornata del peperone verde. Ma è l’insieme fatto di un mix piacevole di resina, fiori leggermente appassiti, spezie dolci e amarena che rendono il naso attraente.
Completano il tutto impalpabili note di zolfo e di pietra bagnata tipiche dei terreni di natura vulcanica.
In bocca te lo aspetteresti più piacione, invece come detto concede ma senza esagerare, anche grazie a tannini vellutati ma ben presenti, ma soprattutto al tratto tipicamente minerale probabilmente conferito dal terreno, mentre in generale il sorso si rivela agile, teso e ben centrato sul palato.
Ottimo prodotto da abbinare con un arrosto con patate prodotto con carne di prima scelta.


Se Gemola era una certezza Arquà si è rivelato una sorpresa.
Devo dire che l’assaggio al Vinitaly (subito dopo il Gemola) non ci aveva entusiasmato e non eravamo andati in cantina con l’intenzione di acquistarlo.
Invece dopo esserci fatti convincere all’acquisto e averlo stappato alla cena è risultato una autentica sorpresa.
E’ diverso dal Gemola sia nella composizione dei vitigni, che qui insistono sul Merlot (80%) e Cabernet Sauvignon (20%), sia nei terreni su cui poggiano le vigne che sono il risultato del semplice sollevamento del terreno dovuto ai movimenti tellurici avvenuti nel lontano passato.
La resa si attesta su rendimenti praticamente bulgari (30 q./h), mentre la fermentazione avviene con lieviti selezionati per circa 20 giorni in tonneau di secondo passaggio di rovere francese per 36 mesi.
Il vino non subisce alcuna operazione di stabilizzazione e una filtrazione parziale.
Arquà rispetto al Gemola è un vino più ‘estremo’, che non ha fretta di farsi amare, ma che come per tutti quei vini che io chiamo introversi spesso nasconde grandi qualità a chi sa interpretarli.
Il naso offre un amplissimo ventaglio di profumi, intensi, ben amalgamati ma anche netti e precisi, con un attacco olfattivo tra il vegetale e il balsamico, note di resina, eucalipto, spezie e frutta cotta nera.
Il sorso è teso e reso vibrante da tannini non ancora domati, un alcol preponderante (16 gradi), un po’ scontroso e un po’ addomesticato, è un canoista che veste con difficoltà la giacca e la cravatta per una serata di gala.
Anche qui arrosto con patate e l’abbinamento è ancora meglio che con il Gemola.


Infine una chicca che da queste parti si vede spesso ma che nel resto d’Italia non è molto conosciuta.
Sto parlando di Sirio, un vino dolce a base Moscato bianco, tipico dei Colli Euganei dove prende spesso la denominazione Fior d’Arancio.
E’ un Moscato dolce ma a parte il profumo tipicamente aromatico dove si percepisce nettamente la salvia, in bocca è decisamente diverso grazie ad un gusto tipicamente di agrumi e poi ancora salvia e albicocca, con un accenno di mandorla amara in sottotraccia.
Da notare anche il sapore salino e teso che determina un sorso per nulla stucchevole con una persistenza importante sul palato.

Nel complesso Vignalta è davvero una bella realtà vitivinicola italiana.


martedì 10 luglio 2018

Era, il Trebbiano biodinamico di Podere Borgaruccio




Il Podere Borgaruccio è una delle tante realtà del centro Italia, un po’ agriturismo un po’ produttore di vino e un po’ di altri prodotti.

Dodici ettari situati ad un chilometro dalla cittadina medioevale di Peccioli, in un paesaggio che sembra un quadro dipinto a colori vivaci e dove trovano posto sulle dolci colline ulivi e vigneti.
La differenza, dal mio punto di vista, è come fai il vino e Claudia e Stefano hanno una chiara e ben precisa idea di come farlo.
L’attenzione è rivolta principalmente alla vigna e al rispetto del terreno che trova la sua applicazione con l’utilizzo della biodinamica e della filosofia antroposofica.

Un percorso sicuramente non facile, anzi direi in salita per qualcuno che non aveva esperienza di vigna e in cantina, eppure riuscito se vi capiterà mai di assaggiare il loro Era, un blend di Trebbiano, Malvasia e San Colombano, vendemmiati tra la fine di Settembre e l’inizio di Ottobre.
La fermentazione avviene in vasche di cemento e in parte in tonneaux di rovere, con svolgimento spontaneo della malolattica.

Era è un vino che definire territoriale è quasi riduttivo.
Infatti non solo è perfetta espressione del territorio che lo genera, ma addirittura trasuda tutto quanto la terra di queste parti sa regalare alla vigna.

Che il risultato sia, almeno in parte, dovuto all’utilizzo della coltivazione biodinamica, per me è quasi scontato, ma non essendo un winemaker non posso affermarlo con assoluta certezza.
Di sicuro l’Era di Podere Borgaruccio è il classico vino che attende di essere scoperto da qualche wineblogger in voga o da qualche giornalista paperone del vino; dopo di che ne sentiremo molto parlare e probabilmente finirà tra le chicche assolutamente da provare per molti winelover.



Nel bicchiere il colore assume un aspetto giallo dorato. Il naso si tinge di espressive note di melone maturo, agrumi, lievito di pane, scatola di sigarette e macchia mediterranea.
In bocca si percepisce una struttura non comune per un bianco, buona freschezza e sapidità, perfetta corrispondenza con il naso e finale lungo.
Potrei classificarlo nella mia personale lista dei vini sorpresa.





lunedì 9 luglio 2018

Il passito di Colosi nella cornice di Salina


La storia di Piero Colosi è storia enologica recente.
Negli anni '70 Pietro Colosi lavora con Carlo Hauner, altro grande pioniere del rilancio enologico delle Eolie.
L'avventura proprietaria parte invece nel 1980, quando vengono acquistati 4 ettari che presto diventano 10 in contrada Capofaro, dove neanche a dirlo la Malvasia era già presente da chissà quale tempo ancestrale.
Piero cambia invece il metodo di coltivazione, passando dal classico alberello, che richiedeva una lavorazione completamente manuale, alla più accessibile e redditizia controspalliera a Guyot, anche se tenuta molto bassa per il solito problema del vento incessante che spazza l'isola praticamente tutto l'anno.
Il resto come sempre lo fanno l'influenza del mare, il terreno vulcanico e la perenne scarsità di acqua nei mesi estivi (ma non solo).
In questo suggestivo ambiente fatto di terreno color cenere, terrazzamenti di muretti a secco che degradano verso il mare, in realtà non viene coltivata solo ma Malvasia, ma anche altri vitigni che si sono bene adattati alla vita sulle isole Eolie, come l'Inzolia, comune in gran parte della Sicilia, il Corinto nero, tipico delle Eolie soprattutto Lipari,  e altri vitigni più tipicamente siciliani come il Cataratto, il Nerello Mascalese e Cappuccio.
La tecnica di vinificazione è tradizionale mentre in vigna viene usato solo lo zolfo, anche se i vini di Colosi non hanno la certificazione biologica.

Oltre ai vini secchi, esiste un passito favoloso da uve Moscato, che per rapporto qualità-prezzo è semplicemente strepitoso.
La Malvasia viene lasciata appassire in parte sulla pianta e in parte su graticci all'aperto.
Il suo contenuto minerale e sapido è straordinario e consente al vino di approcciare in maniera perfetta la naturale concentrazione degli zuccheri nel vino, la morbidezza che incanta ma non stanca.
I profumi neanche a dirlo sono strepitosi per intensità, fragranza, aromaticità e naturalezza espressiva e si dipanano come nella tavolozza di un pittore su un amplissimo spettro fatto di camomilla, miele di castagno, note iodate, fichi maturi, agrumi e tanto altro ancora.







giovedì 5 luglio 2018

Uno Champagne mito: Taittinger Cuvèe Prestige



Senza andare troppo indietro nel tempo l'anno determinante, per una delle maison di Champangne più famose del mondo, è il 1945, quando Francois Taittinger assume le redini dell'azienda di famiglia e stabilisce lo stile dello Champagne legandolo allo Chardonnay.
Altri interventi vengono effettuati sulla cantina, dove recupera le cripte sotterranee dei monaci dell'Abbazia di Saint-Nicaise, facendone una punta di diamante della propria maison.
Infine nel 1952 rafforza l'idea di strettissimo legame tra Taittinger e lo Chardonnay attraverso la creazione di un blanc del blancs di alto livello, che diventerà una Cuvèe Prestige di assoluto rilievo nel panorama delle bollicine d'Oltralpe.
Uno Champagne di assoluto riferimento nel panorama delle bollicine internazionali, un prodotto che da sempre ha saputo puntare sulla leggerezza e sulla finezza espressive più che sui muscoli o sulla corposità, grazie all'utilizzo di ben cinque grand cru.
Come molti altri Champagne di successo, una volta individuata la strada giusta, ha saputo rimanere immutabile negli anni nonostante i cambiamenti climatici e le innovative tecniche produttive introdotte a cavallo del secolo.
Oltre alla bontà di terreni e materia prima, un importante fattore di successo è dovuto alla maturazione per 8 anni nelle cantine sotterranea sopra citate, dove l'umidità e le temperature costanti favoriscono la perfetta lavorazione dei lieviti.

Venendo infine alle note degustative in senso stretto si può dire che Taittinger Cuvèe Prestige è senza ombra di dubbio uno Champagne di grande classe, con un naso che affascina sulle note di fragolina di bosco, frutta secca e con una scia leggermente burrosa, che richiama la brioche di pasticceria.
In bocca regala la vivacità classica della bollicina finissima che solletica il palato, una importante freschezza agrumata e un ritorno alle note di sottobosco riscontrare al naso. 
Finale lungo e piacevolmente consistente e sapido.
Chapeaux.

martedì 26 giugno 2018

Barolo Margherita 2013 - Azienda agricola Boasso


Avevo di recente parlato dell'azienda agricola Boasso, di Serralunga d'Alba, in pieno territorio del Barolo.
Su queste colline che raramente superano i 300-350 metri di altitudine e su un suolo marnoso e calcareo nascono i Barolo più intensi, longevi e territoriali.

Boasso produce diversi vini a Serralunga d'Alba, come Barbera, Arneis, Dolcetto e perfino Moscato, con risultato eccezionali soprattutto per quanto riguarda la Barbera, intensa e audace.

Ma oggi parliamo invece del loro Barolo Margherita, annata 2013.
Il vigneto ha una estensione piccolissima, pari a meno di un ettaro di superficie, con esposizione sud-ovest, ottimale per la corretta maturazione delle difficili uve Nebbiolo.
Le uve vengono raccolte a mano a metà ottobre, a piena maturazione fenolica e trasportate in cassette forate in cantina.
Il mosto viene posto in acciaio, dove rimane a fermentare ad una temperatura di 28 gradi per circa 20 giorni, prima di passare alle botti di rovere dove rimarrà ad affinare per 3 anni.
Il passaggio in bottiglia avviene senza filtrazione.

In questo caso più che le tecniche agronomiche o le pratiche di cantina che sono chiaramente tradizionali, si intravede la volontà del produttore di assecondare l'elevata qualità della materia prima, determinata da un terreno tra i più vocati per la produzione di Barolo.

Il Barolo Margherita nell'annata 2013 è intenso e intrigante, con un ventaglio di profumi che spaziano dalla ciliegia matura al sottobosco, dall'humus alla liquirizia, fino a regalare quelle note eleganti di viola appassita che si riscontrano solo nei grandi Barolo.
In bocca ha la stoffa del campione che sa di competere con pochi eletti. Il tannino, pur se piuttosto grintoso vista l'annata ancora recente, è sapientemente contenuto dall'uso del legno che gli regala una trama fittissima e vellutata, mentre è da ammirare una ricchezza che si traduce in polpa, frutti a bacca rossa e nera e freschezza infinita.

E' un Barolo di un certo spessore per occasioni importanti.



lunedì 18 giugno 2018

Il Montepulciano d'Abruzzo Riserva interpretato da Feudo Antico


L'Abruzzo è una terra di antichissime tradizioni enologiche.
La viticoltura fu introdotta dagli Etruschi nel VII-VI secolo a.C., poi sviluppata dai Romani e infine, dopo alterne vicende, e infiniti secoli nei quali i progressi tecnologici furono rarissimi, negli ultimi anni è definitivamente esplosa sia in termini quantitativi che qualitativi.
Anche le condizioni climatiche sono del tutto particolari e adatti alla coltivazione della vite, visto che la regione è attraversata dalla catena appenninica ed è dominata ddal Gran Sasso che con i suoi 3.000 metri di altitudine contribuisce a influenzare il microclima della regione, insieme alla presenta del poco profondo e caldo mar Mediterraneo.
Purtroppo ancora oggi la vendita di vino sfuso e la presenza di grandi cooperative, poco valorizzano il potenziale di questa regione che di sicuro meriterebbe una attenzione maggiore.
Tra i produttori più attivi e moderni si può senz'altro annoverare anche Feudo Antico, di cui avevo già parlato in un mio precedente post del marzo scorso, nel quale sottolineavo, in particolare, la filosofia aziendale coerente con le più recenti sfide con cui la viticoltura si sta scontrando nei nostri giorni, quindi basso impatto ambientale, processi biologici e riscoperta e utilizzo di alcuni processi tradizionali.
L'azienda punta sulla valorizzazione dei vitigni del territorio come Montepulciano, Trebbiano d’Abruzzo, Passerina e Pecorino, quindi i vitigni autoctoni per eccellenza d’Abruzzo.
Ora ritorno a parlare di questa bella realtà abruzzese, in quanto ho avuto l'occasione di assaggiare anche il loro Rosso Riserva, prodotto con uve Montepulciano 100%, da terreni collinari intorno al comune di Tollo, formati da un impasto leggermente calcareo, alternati a terreni marnoso-sabbiosi e con buona presenza di scheletro.
Questo tipo di terreno è l'ideale per la coltivazione di un vitigno in grande espansione come il Montepulciano, un rosso di buon corpo, che Feudo Antico riesce a interpretare in maniera magistrale.
Il vino affina in botti di rovere nuove per circa 12 mesi, ma il suo utilizzo è ben interpretato dall'enologo visto che contribuisce ad esaltare i sentori tradizionali del vitigno piuttosto che a coprirli.
Rubino scuro profondo e impenetrabile, naso notevolmente sfaccettato dove si possono percepire sentori di ciliegia, viola, liquirizia, oltre all'immancabile sottofondo di pepe nero.
Al palato ha tannini vellutati, buon corpo ed e un invidiabile equilibrio mentre il frutto succoso e pieno lascia una scia amarognola in bocca, tipico dei Montepulciano dallo stile moderno.
Ottima interpretazione e ottimo vino.

 




mercoledì 13 giugno 2018

La Malvasia 'vulcanica' di Lanzarote


Il turismo enologico sull'isola si concretizza nella spettacolare 'ruta del vino e de los volcanes', dove si possono ammirare vitigni unici al mondo.
Piccole pianticelle di vite, piantate in una piccola fossa su un terreno tipicamente color cenere, spesso riparate da piccoli terrazzamenti di pietre a semicerchio per proteggerle dalle forti raffiche di vento che quasi perennemente spazzano l'isola.
Circa il 75% del vino prodotto a Lanzarote proviene da uve Malvasia, che grazie alle sue caratteristiche riesce a esprimersi al meglio e la cui vendemmia termina già a luglio a causa di latitudine e microclima.
La cenere è ovunque ma con le sue caratteristiche uniche permette alle viti di trattenere la poca acqua che cade su questo suolo desertico, dove le precipitazioni sono scarsissime e il sole e il vento continuo inaridiscono tutta la vegetazione.
La caratteristica primaria dell'isola è quella che qui la fillossera non è mai arrivata, grazie appunto ai suoli di origine vulcanica.
Inoltre data l'esigua produzione difficilmente capita di trovare bottiglie di produttori di Lanzarote fuori dall'isola e quelle poche vanno dritte in Spagna.
Per fortuna mia e del gruppo dei soliti astemi, il mio amico enotecario è un personaggio fuori dal comune e dopo una cena in un ristorante di Lanzarote dove beve la Malvasia di un noto produttore dell'isola, decide prima di andare a trovarlo sul posto e poi di importarne le bottiglie in Italia.

Eccomi allora alla apertura di questa Malvasia di Lanzarote di Los Bermejos.
Senza voler troppo cadere nell'estetismo descrittivo, i profumi sono di una intensità penetrante e si coniugano in un complesso mix di frutta a polpa bianca (melone bianco, pera) e di intriganti note minerali con sottofondo fumè, per poi cedere il passo a delicate note di mentuccia ed erba falciata.
In bocca ha nerbo e un carattere spiccato e deciso, una sapidità che sfiora la salinità vera e propria e  una ottima freschezza.
Il gusto è pieno e pervasivo forse perchè nato da viti su piede franco o forse per il complesso di vitigno, terreno e condizioni climatiche, ma anche di vendemmia attenta e artigianale.
E' un vino assolutamente da provare una volta nella vita (e perchè non anche due, tre ecc) e che si è abbinato in maniera sorprendente (attenzione alla chicca) a degli sfilacci di cavallo affumicati accompagnati da polenta di storo preparati da Chef Fabrice.



 

martedì 12 giugno 2018

La Brianza del vino: l'eclettico Nustranel e il raffinato Càlido


La Brianza avrebbe una lunga storia enologica da raccontare. I vini citati dal Manzoni e dal poeta dialettale milanese Carlo Porta escono in effetti dal passato remoto ed erano prodotti con vitigni autoctoni purtroppo oggi estinti (inzaga, corbera, guernazza, boutascera...).

Da una rilettura di Vino al Vino di Mario Soldati cito testuale: 'Viticolarmente la posizione geografica di tutta la Brianza è quanto di meglio si possa desiderare. Si alza e si affaccia sulla pianura padana, come un immenso spalto tra un ramo e l'altro del lago di Como.

Alti monti la difendono dalle tramontane. Le brume e le nebbie, che salgono dalla pianura padana e dai laghi, la sfiorano fruttuosamente: è chiaro ormai che il vino più delicato e più squisito deriva sempre da uve maturate al limite estremo delle condizioni climatiche e geoponiche necessarie alla vita. . ... Il Montevecchia può essere definito un vino da pasto affascinante ....e per un pasto normale durante un giorno lavorativo addirittura insuperabile'.


Purtroppo (oltre alla fillossera del 1880) la viticoltura della Brianza ha visto anni e decenni nei quali era preferibile edificare capannoni e case sui dolci pendii ben esposti al sole piuttosto che una faticosa e poco remunerativa coltivazione della vite.


Detto questo è con giusto orgoglio brianzolo che vengo a presentare due ottimi prodotti della 'rinata' viticoltura brianzola.

A Montevecchia grazie alla costanza di alcuni contadini locali è sopravvissuta la cultura della vite anche se fino a non molti anni fa solo a livello di passione più che a livello commerciale e con l'utilizzo di vitigni internazionali.

Il Nustranel dell'azienda agricola vitivinicola Valcurone si ottiene con l'insolita composizione di uve schiava lombarda, pinot nero e merlot.

Al naso è vinoso, piacevolmente fruttato e floreale con delicati profumi di frutti a bacca rossa, mentre al palato è giovane e fresco, ideale per accompagnare salumi, carni alla brace, primi piatti con sughi di carne.
Un prodotto semplice e fresco, con quella spiccata acidità tipica dei vini di Montevecchia che come diceva Soldati se non insuperabile è davvero un ottimo prodotto da abbinare ai pasti di tutti i giorni.





Il secondo vino è il Calido, un passito ottenuto da uve di Moscato rosso, dell'azienda agricola La Costa.
La fermentazione avviene a temperature molto basse per ottenere un residuo zuccherino di circa 100g\l, con successivo affinamento per 8 mesi in barrique.
La produzione è tipicamente artigianale e conta 1000 bottiglie l'anno.

I sentori sono principalmente di fragolina di bosco, ciliegia, humus, muschio, ma è sorprendente soprattutto il complesso di questi sentori uniti in una amalgama estremamente elegante e aromatica. 
In bocca è pieno, di una dolcezza fresca che non stanca il palato e che si può abbinare a crostate di frutta alla ciliegia.



giovedì 7 giugno 2018

Ferragù, un Valpolicella con la stoffa di un Amarone



Il Valpolicella superiore di Ferragù, annata di grazia 2012, sembra più un Amarone che un Valpolicella.
I motivi sono semplici.
In vigna le uve vengono raccolte leggermente appassite, con un ritardo rispetto alla perfetta maturazione fenolica di circa 30 giorni.
In secondo luogo i vitigni utilizzati per questo Valpolicella sono identici a quelli comunemente utilizzati per l'Amarone, quindi Corvina, Corvinone e Rondinella, con un ulteriore saldo di Oseleta e Croatina.
Infine il territorio ovvero le timide colline della Valle d'Illasi, dove si alternano le produzioni di Amarone e di Valpolicella a seconda di una vocazione che definisce il produttore.

Ma su tutto rimane la capacità del produttore di fare le giuste scelte, in vigna come in cantina, e se pensiamo che fino a 15 anni prima le uve venivano conferite dal produttore alla cantina cooperativa del paese, quasi ci si stupisce.
Ferragù tratta il suo Valpolicella quasi come un Amarone, quindi con appassimento in fruttaio per 40 giorni, con successivo affinamento in barrique per 1 anno.

A livello di produzione siamo intorno alle 15-16 mila bottiglie annue, su una superficie di 2,5 ettari, con una densità di circa 13.000 ceppi per ettaro.
L'età media delle viti è di 15 anni e si avvicina a quella comunemente stabilita di maggiore produzione.

Bando alle ciance e veniamo alla degustazione.
A livello olfattivo (come direbbero i miei amici sommelier Ais) è un crescendo di bellissime sensazioni che spaziano da intense note di di amarena sotto spirito, liquirizia, cacao e tabacco, con un sottofondo balsamico ed etereo (medicinali).
A livello gusto-olfattivo (sempre come direbbero i miei amici sommelier Ais) dalle sensazioni si passa a vere e proprie emozioni grazie ad un sorso pieno e avvolgente, rimanendo tuttavia incredibilmente bevibile grazie ad una spiccata freschezza e ad un tratto quasi nervoso che si ripresenta nei bicchieri successivi.
Finale lungo, pieno e maturo.

Consigliatissimo






martedì 5 giugno 2018

Sabiona Sylvaner (2014) - Cantina Valle Isarco



Siamo a Sabiona, antico monastero benedettino, che si erge sopra una rupe come a dominare il borgo
di Chiusa, in Valle d'Isarco.

I ripidi pendii che circondano la rupe, sono coltivati a vite e sono considerati una delle migliori zone colturali della zona, tanto che la Cantina Valle Isarco, produce qui i suoi due vini qualitativamente più importanti.

Si tratta del Sabiona Sylvaner e Sabiona Kerner.
A me è capitata la fortuna di assaggiare il Sylvaner, che già di per se è un vino che apprezzo molto per quella sua spiccata acidità unita ad una personalità intrigante.

Questa versione proposta dalla Cantina Valle Isarco in effetti è strepitosa.
La zona si distingue per un clima ventilato e tiepido, mentre la produzione è limitata a 3.000 bottiglie, quindi un taglio praticamente artigianale.

Dopo 10 mesi di affinamento sulle fecce e 12 mesi in bottiglia il vino è pronto per essere commercializzato.

Al naso si esprime su note fresche di agrumi e frutta esotica con un tocco di torba e di sottobosco.
Al palato ha un approccio nervoso, con una impressionante tensione salina, vibrante, ma al contempo sa esprimersi in eleganza e profondità di beva.
Finale deciso, pieno e lungo. 

E' decisamente un vino di gran classe.