venerdì 28 luglio 2017

Saper interpretare un territorio: Albino Armani e il suo 823 Metodo Classico



Albino Armani fa parte di diritto nella stretta cerchia delle cantine italiane che pensano al vino a 360 gradi, quindi non solo come massimizzazione del profitto ma anche come territorio da valorizzare, attraverso un concetto di estetica che si intreccia inevitabilmente con il rispetto dell’ambiente e delle persone.
Il progetto è ambizioso, ma quando si hanno le idee chiare diventa tutto più facile e per Albino Armani la ricetta consiste nel non lasciare nulla al caso, ma all’opposto avere una attenzione e cura per ogni aspetto che riguarda la cantina o che ruota intorno ad essa o ne è parte integrante.
Il tutto parte da una filosofia enologica ben definita che lo porta a produrre anno dopo anno vini territoriali, senza forzature, in cui puoi riconoscere un territorio di appartenenza ben definito.
Ne è un esempio il Foja Tonda, vitigno per anni dimenticato a favore di varietà internazionali più richieste dal mercato, in cui Albino Armani ha saputo credere anche per favorire un concetto di biodiversità, fino alla produzione di una bottiglia da monovitigno di cui ho parlato in un mio recente post http://bit.ly/2w5fF5E

Questa volta parliamo invece di un metodo classico prodotto con uve Pinot nero e Chardonnay, maturate vicino ai boschi di Maso Michei, nelle Dolomiti trentine in alta Valle dei Ronchi.
Ronchi di Ala si raggiunge sull’unica strada che sale piano ma costante dal comune di Ala, dalla valle dove scorre placido l’Adige, fino a questa minuscola frazione circondata da un bellissimo paesaggio montano.
Siamo a 800 m. di altitudine e le vigne si arrampicano sui pendii terrazzati sfruttando al massimo tutte le pendenze coltivabili.
Inutile dire che in questo paradiso che si divide tra il cielo, le montagne e la maestosa Val d’Adige il microclima è prettamente montano, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte.

L’uva è raccolta a mano da un piccolo vigneto posto a 823 metri di altitudine, con punte che arrivano ai 900 mslm, su un terreno complesso e variegato formato da marna e calcare.
La produzione è poco più che artigianale visto che si parla di 2000-3000 bottiglie ad annata.
Dopo la vendemmia, viene effettuata una pressatura soffice dell’uva, da cui si ottiene un fiore che fermenta in piccoli vasi di cemento; successivamente riposa sui lieviti di prima fermentazione fino alla primavera.
Segue il tiraggio con l’aggiunta di lieviti selezionati e zuccheri dove riposa per 24 mesi, prima della sboccatura e l’aggiunta di una piccola dose di liqueur d’expedition.

Il perlage è fine e persistente, mentre il naso presenta delicate note floreali con l’aggiunta di agrumi e crosta di pane.
In bocca è cremoso, denso, con la piacevole scossa data dalle finissime bollicine di anidride carbonica, con acidità sugli scudi e dalla rimarchevole eleganza.
Il finale pulito, lungo e salino ne esalta e completa l’eleganza ma anche l’equilibrio.

Nel complesso è un vino ben studiato e tecnicamente perfetto, senza sbavature e con una verve non scontata.

Abbinamento da favola con una terrina di gamberi e maionese made Chef Fabrice !!!




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