giovedì 20 aprile 2017

Il Vinitaly 2017 di Baccanera. Parte II - I rossi





Dopo aver affrontato una bella batteria di bianchi con alcune piccole perle, abbiamo attaccato con i rossi.
Anche qui l'attenta selezione e dei produttori e dei vini ci ha fatto conoscere dei bei vini con un rapporto qualità-prezzo molto elevato.

Fertuna

Produttore Toscano in espansione, in realtà di proprietà di uno dei più importanti distributori italiani (Meregalli).
Si trova nel cuore della Maremma Toscana, in un paesaggio incontaminato in cui la natura domina largamente rispetto all'urbanizzazione, dolci colline e ampie vallate che digradano verso il mare Tirreno con i suoi benefici influssi, oltre al Monte Amiata poco distante.
Produttore moderno in senso tecnico, riesce a produrre vini equilibrati e vibranti, mai banali o scontati.
Avevo già assaggiato il Droppello, che nel suo genere rappresenta una vera rarità, trattandosi di un Sangiovese vinificato 'in bianco', nato per volontà del marchese Incisa della Rocchetta di produrre un bianco partendo da uve a bacca rossa.
Al Vinitaly ho assaggiato il Messiio, un rosso di carattere che unisce alla piacevolezza tipica del Merlot, una buona spalla acida che evolve verso note di tabacco e caramello donate dal legno utilizzato con attenzione.
E' un vino senz'altro rotondo e corposo, riesce a unire la struttura e la piacevolezza della bevuta.
Al naso è una esplosione di frutta, avvolti da una leggera scia di vaniglia.
Tecnicamente perfetto è un vino che può mettere d'accordo molti wine lover, da quelli da palato fino e quelli meno esigenti.

Tenuta San Leonardo

Storica azienda trentina, fondata nel lontano 1724, che sui 25 ettari di vigneto riesce a produrre rossi di taglio bordolese dall'aristocratica signorilità, che toccano il suo culmine con il San Leonardo, blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Carmenere e Merlot.
Nel bicchiere il rubino granato è cupo e impenetrabile, al naso è avvolgente, balsamico, con una scia di peperone verde, note di resina, spezie e tabacco.
In bocca l'annata degustata è ancora un po' imperfetta, ma si riconosce già il profilo elegante, i tannini fittissimi, e l'acidità che aiuterà il vino a perfezionarsi in bottiglia, a raggiungere presto il suo culmine e a mantenerlo per diversi anni.

Casale del Giglio

Azienda laziale di fondazione piuttosto recente, che proprio grazie all'assenza di un passato viticolo ha potuto sperimentare e crescere fino a diventare una delle realtà più importanti di tutta la regione.
Negli anni '80 sono stati impiantati numerosi vitigni sperimentali, poi con l'aiuto di ampelografi, ricercatori, enologi e agronomi l'azienda si è concentrata su vitigni come Syrah, Petit Verdot, tagli bordolesi, oltre a Biancolella e Bellone.
Ho assaggiato il loro Mater Muta, vino di punta dell'azienda, un Syrah con un saldo di Petit Verdot ch fa un passaggio in barrique nuove per 24 mesi.
Al naso predominano le spezie dolci, la frutta in confettura, il cioccolato e il caffè, mentre al sorso si equilibra grazie alla frutta rossa, a note vegetali e di sottobosco, mentre il tannino risulta già piuttosto addomesticato dall'uso del legno nuovo.
Un vino indubbiamente ricco e opulento, eppure nonostante in generale questi vini non siano il mio genere, devo dire che mi ha pienamente convinto.

Agricola Punica

Joint venture tra Tenuta San Guido e la Cantina di Santadi, che nel 2002 unirono le forze per produrre, sotto la supervisione di Giacomo Tachis, nelle due tenute di Barrua e Narcao, nella zona sud-occidentale della Sardegna (Basso Sulcis) vini rossi longevi, strutturati, nati per essere grandi vini.
Da quel progetto ho assaggiato al Vinitaly un grande rosso a me completamente sconosciuto.
Il Barrua, annata 2012, è un blend di Carignano del Sulcis con un piccolo saldo di vitigni francesi, che fa una parte di affinamento in acciaio e una parte in barriques.
I profumi sono dinamici e ben definiti nella loro complessità aromatica, che parte da note vibranti di macchia mediterranea, spezie, cioccolato, tabacco, agrumi (si, non mi sono sbagliato) e tanto altro ancora.
Il gusto è pieno e riesce a coniugare in maniera mirabile la potenza e la struttura, ad una innata eleganza e freschezza, con un caleidoscopio di sapori e sensazioni che vanno dal sapido al minerale, passando per un profilo succoso ed equilibrato.
Terroir unico, professionisti di primo livello e ricerca estenuante della qualità ne fanno un vero e proprio primo della classe.
Non esagero se dico che può serenamente essere paragonato ai grandi rossi del nord senza per nulla sfigurare.
Chapeaux.

Polvanera

Infine volevo segnalare una chicca finale.
Polvanera non lo scopro di certo io, ma dopo aver assaggiato il loro Primitivo è difficile non innamorarsi di un concetto di terroir, semplicità (tra l'altro sono di una cortesia e pazienza infinite), passione, ricerca e tanto altro ancora.
Il Gioia del Colle Primitivo 17 è un vino che fa sorprendentemente solo acciaio, proviene da uve vecchie coltivate ad alberello.
I profumi sono potenti e inebrianti, more, liquirizia, tabacco e spezie dolci.
In bocca sorprende per la pienezza del sorso, la beva sontuosa che non stanca, la vibrante carica dei tannini, il tutto sostenuto da un perfetto equilibrio gustativo.
Un piccolo capolavoro biologico da seguire con estrema attenzione.
Sorprendente per rapporto qualità-prezzo anche il Gioia del Colle Primitivo 14.

Si chiude così un Vinitaly 2017 pieno di sorprese, ottimi assaggi, produttori nuovi, da cui il gruppo degli astemi ha trovato ottimi spunti di riflessione che si sostanzieranno a breve in consistenti ordini per confermare queste ottime recensioni.









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