domenica 7 febbraio 2016

Viaggio tra i vitigni autoctoni: la Vitovska

Barde Vitovska di Parovel


Con questo post inizio un viaggio-degustazione tra vitigni autoctoni d'Italia, la maggior parte prodotti in purezza, spesso bistrattati per anni e ora ritornati in auge grazie alla caparbietà di viticoltori che hanno saputo credere nelle loro potenzialità e superare il periodo in cui il consumatore preferiva il profumo e il gusto omologato dei vitigni internazionali.

La Vitovska è un il vitigno autoctono per eccellenza, che si è evoluto per centinaia di anni in quella striscia di terra di confine che si chiama Carso con condizioni pedoclimatiche praticamente uniche e che condivide con un altro vino poco sconosciuto come il Terrano.
Si parte dal suolo calcareo, ferroso, pietroso e arido in superficie, mentre nel sottosuolo ci sono fiumi e laghi d'acqua alcuni di notevoli dimensioni, e poi battuto dai venti di bora, con il caldo torrido durante l'estate e freddo d'inverno e, come se non bastasse a mischiare le carte ci pensa l'influsso del mare poco distante.
La Vitosvska è vitigno di confine, coltivato anche in Slovenia da dove pare derivi originariamente, capace di svilupparsi solo in questa area nella quale italiano, sloveno e dialetti locali praticamente incomprensibili al resto d'Italia si fondono e prendono forma.
Qui nascono i viticoltori più intransigenti e sperimentali, tra cui molti che non filtrano i loro vini preferendo lasciarli torbidi e naturali, per passare ai produttori che fanno macerazione dei bianchi sulle bucce per ottenere i famosi orange wine, oppure che utilizzano solo i lieviti autoctoni presenti sulle bucce per la fermentazione, fino ad arrivare a quelli che usano la terracotta al posto di acciaio e legno per l'affinamento del vino.

Da un territorio così particolare ed estremo non poteva che derivare un vino unico, territoriale ed altrettanto estremo come la Vitovska, con la sua spiccata acidità che ne fa un vino longevo e paragonabile per capacità di invecchiamento ai Riesling renani, la presenza salmastra e di pietra focaia, il tratto deciso e quasi conflittuale dei vini che crescono in condizioni estreme.
Il tutto è comunque riconducibile ad una produzione quasi artigianale, che si attesta sulle 25.000-35.000 bottiglie l'anno, prodotte dai soliti noti come Skerk, Kante, Lupinc, Zidarich.

Recentemente ho avuto modo di degustare Parovel, antica famiglia di vignaioli di origini slovene, che alla vite accompagna anche la produzione di olio extravergine d'oliva della varietà Bianchera-Belica (anche questa autoctona).
La conduzione è mirata verso una agricoltura poco invasiva, che in vigna si concretizza nell'utilizzo dei soli trattamenti di copertura (rame e zolfo) e lotta integrata, anche per non snaturare vini dalla forte presenza territoriale e dalla riconoscibilità immediata.

Il Vitovska Carso Onavè è giallo paglierino quasi trasparente nel bicchiere.
I profumi sono caratterizzati dall'estrema territorialità della Vitosvska, dove si percepisce in prima battuta il muschio, poi a seguire la roccia bagnata, i fiori bianchi, per concludere con una percettibile scia agrumata e piacevolmente salmastra.
In bocca apre con una invidiabile freschezza che fa intuire l'innata capacità di invecchiare della Vitovska, poi la mineralità concessa dal suolo marnoso e pietroso, il sorso salino a tratti quasi salato.
Confrontandolo con altri vini potremmo quasi definirlo spigoloso, aggettivo che nel caso dell'Onavè non considero di certo negativo ma anzi in grado rappresentare la caratteristica dell'unicità, tanto preziosa nei vini moderni, molti dei quali tecnicamente ineccepibili ma tutti un po' uguali.


  


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